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Il NO di Luciano Canfora

Luciano Canfora, professore emerito di Filologia Classica all’Università degli Studi Aldo Moro di Bari, voterà No al Referendum Costituzionale del prossimo 4 dicembre. Ne ha illustrato le motivazioni il 6 ottobre presso l’ex Palazzo delle Poste del capoluogo pugliese, nell’ambito di un incontro intitolato “Nascita di una Costituzione e sua difesa”, organizzato da Anpi, Arci, Cgil, Ipsaic e Link.
Ero presente e ne riporto qui alcuni stralci essenziali, utili a comprendere le ragioni del NO, che per onestà intellettuale comunico essere anche la mia posizione.

Come premessa, Luciano Canfora sostiene che, in generale, gli antefatti storici e culturali sono essenziali per valutare l’opportunità di qualsiasi svolta politica radicale, che vada ad incidere sui meccanismi essenziali della democrazia e della rappresentanza. In questo momento, continua, non si avverte alcun fermento “di popolo” che incalzi la classe politica per cambiare la Costituzione sui punti ben noti, dall’abolizione del CNEL alla fine del bicameralismo perfetto. Le modifiche al testo costituzionale sarebbero ritagliate su misura del ceto politico e non dei cittadini, in particolar modo risulterebbero propedeutiche al rafforzamento della compagine attualmente al governo, il PD di Matteo Renzi, che in questo modo, sull’onda di un SI vittorioso, otterrebbe una legittimazione per i prossimi anni, sfruttando le modifiche a proprio vantaggio.

Il NO alla Riforma Costituzionale nasce da precise considerazioni di ordine storico-politico. Tutti ricordano l’evoluzione negativa, fino alla dittatura, che conobbe il nostro Paese dalla Legge Acerbo in poi. La Legge stabiliva che, nel caso in cui la lista più votata a livello nazionale avesse superato il 25% dei voti validi, questa avrebbe automaticamente ottenuto i 2/3 dei seggi della Camera dei Deputati, eleggendo in blocco tutti i suoi candidati; il premio di maggioranza fu la risposta del Parlamento di allora allo stallo conosciuto nel 1919 a seguito delle elezioni tenute con il sistema proporzionale puro. Il proporzionalismo che successivamente, a guerra finita, si innestò nel corpo della nostra Costituzione del 1948 non è pertanto da considerarsi, a detta del prof. Canfora, semplicemente un sistema elettorale tra tanti, un prodotto teorico messo alla prova, bensì il frutto dell’elaborazione politico-culturale dell’ Assemblea Costituente, che pose quale valore fondante della Repubblica il bisogno egualitario di rappresentanza del popolo italiano, elevandolo a principio dopo l’esperienza traumatica del fascismo.

Luciano Canfora insiste su questo punto: solo il sistema proporzionale garantisce l’equivalenza tra “il voto di entrata” e il “voto di uscita”, ovvero il valore reale del voto espresso nell’urna. L’articolo 48 della Costituzione così recita: “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”, dove per eguaglianza si intende l’identico peso attribuito a tutti i voti espressi, indipendentemente dall’esito delle elezioni. Il continuo e pervicace appello al cosiddetto “voto utile”, molto in voga negli anni recenti, è la distorzione politica del principio di rappresentanza, così come il premio di maggioranza – e ancor di più il sistema maggioritario -, lo è sul piano elettorale. Non è un caso che la Legge Truffa, approvata nel 1953, venne votata dalla sola maggioranza democristiana, dopo fortissimi contrasti con l’opposizione sia alla Camera sia al Senato, ed abolita l’anno successivo esendo risultata inefficace (nessuno schieramento raggiunse il 50% dei voti validi utile ad ottenere il premio di maggioranza del 65%). L’obiettivo del potere, già allora, sostiene Canfora, era di sfruttare una riforma  dipinta dai suoi sostenitori come necessaria in quanto richiesta da un popolo italiano desideroso di stabilità, per nascondere la volontà di andare a incidere a colpi di maggioranza sugli ingranaggi della democrazia, in special modo le parti troppo “socialisteggianti e democratiche” inserite nella Costituzione solo pochi anni prima. Cosa che, per la miseria di 54mila voti, non avvenne.

In altre parole, l’obiettivo dello schieramento conservatore nelle sue varie formazioni fin qui conosciute sembra essere stato, sempre, quello di minare il parlamentarismo e favorire una maggior concentrazione di poteri nelle mani dell’esecutivo. Nè vale l’argomento, secondo Luciano Canfora, di voler comparare i vari sistemi elettorali alla ricerca di un “maggioritario” o di “uninominale” buono, in quanto alla prova dei fatti anche nazioni democratiche come l’Inghilterra e la Francia scontano deficit di rappresentanza che si traducono, addirittura, nella scomparsa di componenti numericamente consistenti di elettorato dal panorama parlamentare.Tutto questo è sacrificabile in nome della “governabilità” o della “stabilità”? Secondo il prof. Canfora, no. Paradigmatica sarebbe, per il nostro Paese, la famosa presa di posizione di Giuseppe Dossetti che, nel 1993, condannò la riforma della legge elettorale in senso maggioritario uninominale perché, tra le altre cose, avrebbe intaccato l’applicazione dell’art. 138 della Costituzione, in particolare il richiamo in esso contenuto al criterio della maggioranza assoluta per approvare le riforme costituzionali, limite numerico che sarebbe stato agevolmente valicato rinunciando al proporzionale.

Il lungo excursus sull’importanza del proporzionalismo nella vita democratica, è propedeutico, nell’esposizione del prof. Canfora, al giudizio dato sulla riforma costituzionale, che è totalmente negativo. Il governo Renzi si inserirebbe in questa lunga tradizione politica, qui riportata per sommi capi, che avrebbe come suo fulcro il rifiuto del parlamentarismo secco e la riduzione progressiva degli spazi di democrazia. La trasformazione del Senato in ramo del Parlamento non elettivo rientrerebbe in questa logica, aggravata dal “cinismo estremo” sotteso all’intera operazione: consegnare all’Europa l’idea che le riforme siano state fatte, illudendosi di poter ricevere in cambio il permesso di sforare il vincolo del 3% tra deficit di bilancio e PIL, senza alcuna garanzia di ottenerlo né di mantenerlo a lungo termine. Perderemmo quindi il diritto di votare i senatori ed il bicameralismo che pure ha avuto in passato funzioni di controbilanciamento positivo (vedi ad esempio la lotta alla Legge Truffa già ricordata), per avere un Senato ibrido, riempito da notabili locali scelti secondo logiche puramente partitiche in assenza di una reale contropartita a vantaggio dei cittadini italiani.

E’ possibile mai credere, si chiede Luciano Canfora, che l’economia, la produzione, i salari vengano rilanciati da una riforma costituzionale così sgangherata? Tra ripresa e riforme non vi sarebbe alcun nesso scientificamente verificabile. Tutto rientrerebbe nella pura propaganda governativa, senza alcun aggancio a solide basi storiche, politiche o culturali. Un analogo discorso è sviluppato dal prof. Canfora a proposito della cosiddetta “Buona Scuola”: a cosa sono servite le riforme in questo campo, in primis il concorso costruito in maniera così raffazzonata, didatticamente e pedagogicamente fuorviante, se non a dare l’impressione all’elettorato di “fare qualcosa”, di smuovere le acque di superficie, lasciando però il fondo intatto, permettendo alla sostanza di modificarsi in peggio? Assistiamo alle azioni di un governo che, in poche parole, sono prive di pensiero.

Luciano Canfora, citando la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1793, pone il problema della giustizia. Nell’art. 6 del celebre testo rivoluzionario leggiamo: “La libertà è il potere che appartiene all’uomo di fare tutto ciò che non nuoce ai diritti degli altri; essa ha per principio la natura, per regola la giustizia, per salvaguardia la legge; il suo limite morale è in questa massima: «non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te».” Se la libertà ha per regola la giustizia, come si traduce tale principio nella vita di ogni giorno? Solo le dinamiche politiche concrete, i rapporti sociali, le scelte in campo economico possono delimitare e fondare il campo della giustizia propriamente detta, ovvero il diritto positivo, le regole scritte del vivere civile, che, se infrante, comportano l’attivazione di un potere sanzionatorio. E’ un richiamo, quello del prof. Canfora, all’impegno individuale e alla mobilitazione collettiva per difendere le conquiste democratiche, alla tutela non conservativa della componente materiale della nostra Costituzione, non meno importante di quella formale. “Attuare la Costituzione” era una delle parole d’ordine del Partito Comunista Italiano: attuare e non stravolgere, perché i principi erano già intrinsecamente rivoluzionari.

Max Weber, analizzando la figura del capo politico nella sua fondamentale conferenza La politica come professione (1919), scrive che “è determinante in sommo grado il tipo di mezzi di cui essi possono disporre” (i capi, appunto); lo stesso Luciano Canfora nel suo libro La Trappola. Il vero volto del maggioritario  (Sellerio, 2013), chiude elogiando ancora una volta il sistema proporzionale, che costringe i partiti “ad essere veramente tali, cioè a guadagnarsi davvero, e quotidianamente, il consenso, non già a studiare con quale combinazione riuscire a vincere sui tavoli da gioco”. Il rischio paventato è quello di un accaparramento, da parte del potere, dei mezzi utili a costruire il consenso popolare senza ricorrere alla vera democrazia, a quelle tendenze manipolative tipiche dei mass-media che Habermas denuncia in Storia e critica dell’opinione pubblica, uno dei suoi testi più noti: “all’opinione pubblica subentra, all’interno di una sfera pubblica manipolata, un’atmosfera di disponibilità all’acclamazione, un clima di consenso”. Non è forse vero che il Presidente del Consiglio sta puntando proprio su specifiche tecniche di comunicazione all’americana per vincere la sfida referendaria? Fino a che punto i giochi di prestigio a cui siamo stati sottoposti per anni, anzi, per decenni, hanno sfibrato il nostro essere-popolo?

La comunicazione per la comunicazione è il circolo vizioso della nostra epoca. Solo una presa di coscienza matura e diffusa nella società può spezzarlo. Il NO a una riforma costituzionale disegnata dalle, e sulle, esigenze di un ceto politico culturalmente povero, nonché arretrato rispetto alle sfide del proprio tempo, è il presupposto per non affondare nel populismo più bieco, prologo del riprodursi di tendenze autoritarie che hanno marchiato a fuoco la nostra storia nazionale (la critica di Luciano Canfora all’impreparazione culturale e istituzionale del Movimento 5 Stelle è altrettanto severa). Dopo il NO non vi sarebbe il diluvio, come sostengono molti detrattori di tale impostazione, ma assisteremmo, viceversa, a una possibile ripresa della vita democratica, a patto che i partiti non rinuncino, ancora una volta, all’elaborazione di una progettualità politica fondata sulla partecipazione popolare e sul rispetto dell’interesse pubblico superiore, unica risposta vincente al respiro corto della demagogia.

Di Alessandro Vergari, tratto da Zona di Disagio